Libri
David Foster Wallace
26/10/09 20:17
Non ho mai parlato apertamente della genialità di questo individuo, e ciò è male. Vorrei potergli scrivere due righe di ringraziamento per le straordinarie pagine che ha regalato all'umanità nei suoi, troppo pochi e troppo combattuti, anni di vita. Sicuramente iniziarne la conoscenza attraverso la lettura di Infinite Jest non è stata, probabilmente, una mossa troppo saggia. Tuttavia, quel senso di vuoto letterario che ora mi attanaglia (leggasi: ci sarà mai più qualcosa all'altezza?) (rispondasi: no, probabilmente) è in un certo senso testimone della bontà di tale scelta - a volerne analizzare solo i lati positivi, ovviamente.
Non so se a voi è mai capitato di innamorarvi di un personaggio nascosto tra le righe, o quantomeno di identificarvi, di provare per lui compassione e farne il tifo in situazioni complicate. Ci vorrebbe un saggio per discutere di questo, e di come il fatto che, alla fine, siamo noi i protagonisti che vengono plasmati dai brani che ci accingiamo attivamente a leggere. E comunque, dicevo, sicuramente vi sarà capitato. Personalmente, però, ho per la prima volta riscontrato la passione per tutti i maledetti protagonisti di IJ e al contempo per l'autore, DFW, stesso. Il fatto di aver conosciuto in anteprima l'esito della sua vita, spezzata da una corda che non si è spezzata (probabilmente anche lui apprezzerebbe questo tristissimo gioco di parole), ha fatto sì che mi immergessi ancora più a fondo nella tristezza/disperazione che dilagava da ogni sua parola. Ma, se non avessi saputo che un bel giorno di settembre DFW ha deciso di aver vissuto a sufficienza, sarei probabilmente arrivato lo stesso alla conclusione che "questo parla di sè", immaginandone una fine non proprio lieta.
E, infatti, che DFW fosse stanco di vivere si può capire già dopo le primissime pagine di "Una cosa divertente che non farò mai più", brillante saggio/relazione sulla decomposizione psicosociologica dell'americano benestante medio che si fa rapire dal vortice senza tregua delle crociere extralusso: come cercare di fare grupppo con altre migliai di persone alla ricerca di una felicità simbolica promessa dagli operatori del viaggio, che vi assicurano fin dalle brochure che VI DIVERTIRETE (e qui un plauso a chi fa marketing in queste compagnie: fastosi depliant in cui regna sovrano l'uso della seconda persona plurale, dettagli minuziosi che arrivano fino a coprire le VOSTRE esclamazioni in merito alle infinite possibilità a cui VI troverete davanti.. è dunque esonerata anche la fatica di dover sognare: ci pensa la pubblicità al vostro posto, è essa stessa che si prende l'onere di costruire le vostre attese e dar loro compimento: geniale).
Quindi? Sono terribilmente affranto per la morte di DFW. So che, in un certo senso, mi mancherà. E la voglia di leggere gli altri saggi, e i romanzi, viene frenata dalla disgraziata conoscenza che terminati quelli saranno finiti i giochi. Ma forse lui non avrebbe usato il termine "disgraziata". Disperata.
Per fortuna Infinite Jest è infinito.
Non so se a voi è mai capitato di innamorarvi di un personaggio nascosto tra le righe, o quantomeno di identificarvi, di provare per lui compassione e farne il tifo in situazioni complicate. Ci vorrebbe un saggio per discutere di questo, e di come il fatto che, alla fine, siamo noi i protagonisti che vengono plasmati dai brani che ci accingiamo attivamente a leggere. E comunque, dicevo, sicuramente vi sarà capitato. Personalmente, però, ho per la prima volta riscontrato la passione per tutti i maledetti protagonisti di IJ e al contempo per l'autore, DFW, stesso. Il fatto di aver conosciuto in anteprima l'esito della sua vita, spezzata da una corda che non si è spezzata (probabilmente anche lui apprezzerebbe questo tristissimo gioco di parole), ha fatto sì che mi immergessi ancora più a fondo nella tristezza/disperazione che dilagava da ogni sua parola. Ma, se non avessi saputo che un bel giorno di settembre DFW ha deciso di aver vissuto a sufficienza, sarei probabilmente arrivato lo stesso alla conclusione che "questo parla di sè", immaginandone una fine non proprio lieta.
E, infatti, che DFW fosse stanco di vivere si può capire già dopo le primissime pagine di "Una cosa divertente che non farò mai più", brillante saggio/relazione sulla decomposizione psicosociologica dell'americano benestante medio che si fa rapire dal vortice senza tregua delle crociere extralusso: come cercare di fare grupppo con altre migliai di persone alla ricerca di una felicità simbolica promessa dagli operatori del viaggio, che vi assicurano fin dalle brochure che VI DIVERTIRETE (e qui un plauso a chi fa marketing in queste compagnie: fastosi depliant in cui regna sovrano l'uso della seconda persona plurale, dettagli minuziosi che arrivano fino a coprire le VOSTRE esclamazioni in merito alle infinite possibilità a cui VI troverete davanti.. è dunque esonerata anche la fatica di dover sognare: ci pensa la pubblicità al vostro posto, è essa stessa che si prende l'onere di costruire le vostre attese e dar loro compimento: geniale).
Quindi? Sono terribilmente affranto per la morte di DFW. So che, in un certo senso, mi mancherà. E la voglia di leggere gli altri saggi, e i romanzi, viene frenata dalla disgraziata conoscenza che terminati quelli saranno finiti i giochi. Ma forse lui non avrebbe usato il termine "disgraziata". Disperata.
Per fortuna Infinite Jest è infinito.
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Incubi
28/09/08 10:27
“La luce della torcia con il tuo nome scritto in un corsivo materno si posa su ogni centimetro delle pareti, i reostati, il Cd, il poster InterLace di Tawni Kondo, la consolle telefonica, i Tp sulle scrivanie, la faccia sul pavimento, i poster dei tennisti professionisti, il giallo semitrasparente dei paralumi sulle scrivanie, il motivo a piccoli fori dei pannelli sul soffitto, il reticolato di molle del letto soprastante, nicchie di armadio a muro e di porta, i ragazzi avvolti nelle coperte, la leggera crepa simile al corso di un torrente ora visibile nel soffitto sul lato est, il bordo con motivo a foglie d’acero alla giuntura fra il soffitto e le pareti nord e sud nessun pavimento ha una faccia la tua torcia l’ha mostrata ma non hai assolutamente visto le pupille dei suoi occhi messe di traverso e affusolate come quelle di un gatto l’inclinazione a \ / delle sopracciglia l’orrido sorriso pieno di denti che ha guardato di traverso proprio verso la tua luce per tutto il tempo in cui hai scandagliato la stanza oh mamma una faccia sul pavimento mamma oh e il fascio di luce della tua torcia si muove a scatti per ritrovare la faccia che ti era sfuggita la manca torna indietro e infine si ferma su ciò che avevi sentito ma avevi visto senza vedere, un momento fa, proprio mentre facevi scorrere la luce tanto attentamente e guardavi, una faccia sul pavimento là per tutto il tempo, non sentita da tutti gli altri né vista da te fino a che non hai capito che c’era e non doveva stare lì ed era il male: il Male.”
David Foster Wallace, Infinite Jest
David Foster Wallace, Infinite Jest